C’è chi resta, c’è chi si avvicina, ma c’è anche chi se ne va. Non sempre per egoismo. A volte, forse, per paura.

Ho ricevuto una diagnosi di linfoma di Hodgkin a sedici anni, nell’estate tra la seconda e la terza superiore. Un’età in cui le amicizie stanno prendendo forma, i gruppi si definiscono e il bisogno di sentirsi parte di qualcosa occupa tanto spazio. La malattia è arrivata anche lì, in mezzo ai rapporti che stavo costruendo.

Alcune persone mi sono state vicine fin da subito. Con un messaggio, una visita in ospedale, un pensiero scritto a mano. Altre hanno fatto più fatica a trovare un modo per esserci. E poi ci sono state presenze che non mi aspettavo, capaci di sorprendermi proprio perché arrivavano da lontano.

Le vicinanze che non ti aspetti

Mi hanno scritto persone che conoscevo appena, altre con cui in passato non era stato tutto semplice. Ricevere quei messaggi mi ha toccato profondamente. Qualcuno aveva trovato il modo di mettere da parte le distanze e farmi arrivare un pensiero, senza sapere quale sarebbe stata la mia reazione.

In quei momenti ho avuto la sensazione che davanti alla malattia tante cose perdessero peso: vecchi screzi, antipatie, ragioni per non cercarsi. Il passato restava, ma all’improvviso diventava possibile un gesto che prima non avrei immaginato.

Di quel periodo conservo ancora fotografie e pensieri scritti a mano. Rileggerli significa ritrovare il bene che qualcuno aveva scelto di esprimere, magari con parole che nella quotidianità non ci si dice. Per me volevano dire: questo è quello che sei per me, ci sono, ti resto accanto.

Anche le visite in ospedale avevano quel significato. Entrare in una stanza di ricovero può mettere a disagio, soprattutto a quell’età. Chi veniva aveva attraversato anche quell’imbarazzo pur di passare un po’ di tempo con me.

Quando esserci diventa difficile

Ci sono stati anche degli allontanamenti.

Non so quali ragioni ci fossero dietro ciascuno. Oggi penso che, almeno per qualcuno, potessero esserci la paura e la difficoltà di capire come comportarsi. Cosa si dice a un amico che ha il cancro? Si fanno domande? Si aspetta che sia lui a parlarne? Si scherza ancora?

È facile temere una frase fuori posto. E può essere difficile ritrovare la spontaneità quando si ha l’impressione che ogni parola richieda un’attenzione nuova. A volte quel timore può diventare silenzio, poi distanza.

Cerco di guardare a quelle assenze senza farne automaticamente una colpa. Eravamo ragazzi, e ognuno aveva strumenti diversi per affrontare qualcosa di così grande. Questo non toglie che un’assenza possa fare male. Si può provare a comprendere qualcuno e, nello stesso tempo, sentire la mancanza della sua presenza.

Non vorrei trasformare quel periodo in un elenco di chi c’è stato e chi no. Mi interessa di più capire quanto possa essere complicato incontrarsi di nuovo quando la vita di uno dei due cambia così tanto.

Qualcosa che somigli a prima

Durante la malattia ho cercato di vivere i rapporti come li avevo sempre vissuti. Non è stato sempre facile. A volte percepivo che le persone non sapessero bene come interagire con me, come avvicinarsi a quella versione di me che le cure avevano reso diversa, anche solo temporaneamente.

Io, intanto, avevo bisogno di riconoscermi ancora nelle mie amicizie.

Ricordo il primo giorno di scuola: sono entrato con il berretto e la mascherina. Le mie amiche mi si sono strette intorno, creando una specie di barriera che mi riparava dagli sguardi degli altri. Non l’avevo chiesto. Era stato un gesto spontaneo, e proprio per questo mi è rimasto così impresso.

In quella vicinanza ho sentito protezione. Avevano colto una difficoltà e avevano trovato un modo per attraversarla insieme a me, senza bisogno di discuterne.

Accanto a gesti così, contavano anche le abitudini di prima. Le parole familiari, il modo di scherzare, gli argomenti che avevamo sempre condiviso. Erano punti fermi in giornate in cui molte altre cose dipendevano da visite, ricoveri e terapie.

Sapere che alcune parti della mia vita continuavano a esistere mi aiutava. Potevo parlare della malattia e potevo anche avere voglia di parlare d’altro. Dentro quei rapporti c’era ancora spazio per il ragazzo che ero prima della diagnosi e per quello che stavo vivendo in quel momento.

Come si fa a restare?

La mia esperienza non è una ricetta. Una visita che per me ha significato molto potrebbe essere faticosa per un’altra persona. C’è chi desidera raccontare ogni passaggio delle cure e chi preferisce scegliere quando farlo. Anche i bisogni della stessa persona possono cambiare da un giorno all’altro.

Per chi vuole stare vicino, forse un punto da cui partire è chiedere, lasciando libertà nella risposta: «Ti va se passo?», «Preferisci riposare?», «Vuoi parlarne?». E continuare a proporre occasioni per stare insieme, accettando che un invito possa essere rimandato o rifiutato.

Per chi riceve una diagnosi, invece, non c’è un modo giusto di sentirsi davanti alle reazioni degli altri. Si può essere grati per un messaggio inatteso, feriti da un’assenza, infastiditi da troppe attenzioni. Non sempre si hanno le energie per spiegare ciò di cui si ha bisogno, e non dovrebbe diventare un altro compito da svolgere bene.

Quando ripenso a quel periodo, torno spesso ai ricordi che ho conservato: le visite, le fotografie, le parole scritte. E a quel primo giorno di scuola, con le mie amiche intorno.

Amici come prima? Alcuni rapporti cambiano, altri si scoprono, altri ancora si perdono. A me ha fatto bene sentire che, in mezzo a tutti quei cambiamenti, c’erano persone con cui potevo continuare a essere me stesso. Anche quando nessuno di noi sapeva bene come fare.